Ronda Carità e Solidarietà O.n.l.u.s. MILANO

Associazione non Lucrativa di Utilità Sociale
Aiuto alle persone in stato di grave emarginazione

Non essere amati è una semplice sfortuna:
la vera disgrazia è non amare.
(Albert Camus)



La storia di R.

Questa è la storia di R., un uomo di circa cinquant'anni, italiano ma emigrato in Francia da piccolo con i proprio genitori che, dal sud Italia, avevano raggiunto altri parenti in un paese straniero, in cerca di lavoro e di fortuna. Qui la famiglia si è allargata e sono nate altre due sorelle. Lui mi racconta che è sempre stato un bambino chiuso, difficilmente riusciva ad integrarsi con gli altri compagni a scuola. Questo veniva interpretato come una mancanza di intelligenza, anche perchè faceva molta fatica a studiare, cosa che, unita a questa sua timidezza, non gli permetteva di essere brillante negli studi. Ma altre qualità gli facevano onore, come una grande sensibilità e una grande capacità nel lavoro manuale. Questo gli permise di fare una scuola professionale come meccanico, che gli procurò anche un buon lavoro. Anche se era giovane, allora aveva infatti diciassette anni, il lavoro lo appassionava e il suo sogno era quello di aprire un'officina tutta sua. A causa di quel suo carattere un pó riservato, non aveva molti amici, se non il suo campo e i due colleghi di lavoro in officina. Anche con le ragazze non era molto brillante; si sposò con la prima ragazza che gli sembrò volergli bene, ed ebbero una bambina. Dopo circa un anno di matrimonio, però, le cose non vanno molto bene, e lei se ne va da casa con la figlia, lasciandolo solo. A questo punto, comincia ad avere problemi con l'alcol e anche con la droga. Perde il lavoro, perchè ormai è diventato inaffidabile. Ma i suoi guai non erano destinati a finire lì. Una sera, durante una rissa in cui entrambi erano ubriachi, l'altro estrae un coltello e nella colluttazione che segue la persona con cui R. stava litigando rimane a terra, priva di vita. R. viene arrestato e condannato a tredici anni di reclusione, perchè gli vengono riconosciute alcune attenuanti. La vita in prigione non è semplice, soprattutto per uno come lui che non è un "duro o un criminale di professione". Una volta, tenta anche il suicidio, ma viene salvato dai medici. Quando mancano solo quattro anni dalla sua uscita dal carcere, un ictus lo costringe su una sedia a rotelle; l'assistenza che riceve in carcere è abbastanza carente, e se non fosse stato per alcuni detenuti che si prendono a cuore il suo caso, non sarebbe riuscito a riprendersi. Adesso R. cammina, anche se com un bastone, ed ha ancora alcune difficoltà nell'uso del braccio destro. Terminato il periodo di detenzione, viene espulso dalla Francia e torna in Italia. Mentre era in carcere, le visite dei familiari erano state rare, e dopo la morte della madre, avvenuta due anni prima del rilascio, nessuno si era più recato a trovarlo. Arrivato in Italia, R. va nel paese natale, dove è sepolta la madre, e poi viene al nord in cerca di un lavoro e di una sistemazione. Arriviamo così ai giorni nostri, quando R. si presenta al centro di ascolto e mi racconta la sua storia. Una storia che sembrerebbe quasi inventata, tanto è assurda. Vincendo un pó di diffidenza iniziale, gli propongo di cominciare un cammino per definire la sua situazione in Italia a livello domiciliare e di salute. Ora R. ha la residenza qui a Milano e ha trovato un piccolo lavoro e un posto dove strare a dormire. Le ferite ricevute fanno ancora male, ma piano piano si stanno rimarginando. Speriamo che in un futuro prossimo ci sia la possibilità per altri come R. di percorrere un cammino, senza essere giudicati o condannati per un problema di carattere, o di reati commessi, o di malattia. Speriamo ancora che ci siano persone disponibili ad affrontare i problemi insieme a loro, senza lavarsene le mani, dicendo "a me non interessa", ma facendo, un passo alla volta, un pó di strada insieme.


Una giovane madre

A., una giovane sposa madre di un bambino di cinque anni, è desolata. Ha scoperto che il marito la tradisce con un'altra ragazza più giovane di lei, ma non sa cosa fare. D'accordo con la suocera, decide di allontanarsi dal suo paese e di venire in Italia, nella speranza di trovare un lavoro. Lascia il figlio con la suocera e arriva a Milano. È sola, triste, non conosce nessuno, non sa a chi rivolgersi. Le tentazioni sono tante, ma la giovane non si perde d'animo. Finalmente, dopo varie peripezie, arriva ad un centro d'ascolto che la indirizza a un centro di accoglienza. Qui A. cerca pian piano di adattarsi e riesce a riacquistare una certa serenità. Dopo un mese e mezzo di soggiorno al centro, accusa disturbi di stomaco. La coordinatrice della casa le consiglia un controllo medico; A. scopre cosè di essere incinta già da cinque mesi. La notizia la getta nel panico, non riesce a valutare la situazione, non sa cosa fare, dove andare, è angosciata. Avere un figlio nella situazione in cui si trova le pare una cosa impossibile; per lei è di nuovo il crollo di un progetto, di una speranza che stava riapparendo nella sua vita. Un pensiero la martella, l'unica soluzione che le pare possibile: l'aborto. La coordinatrice della casa la accompagna in questo momento buio e la rassicura. Finalmente, dopo una dura lotta con se stessa, A. decide di portare a termine la gravidanza; ha capito che la vita è un dono e che la deve custodire, amare a qualsiasi costo. Accolta al "Centro per la Vita" dà alla luce una bellissima bambina che assomiglia tanto al marito. Questa piccola diventa per lei la gioia della sua vita. A. comunica alla suocera l'avvenimento. Grazie alla bambina ritorna il marito, che la vuole vedere. Avviene la riconciliazione, e la famiglia si ricompone. Attualmente A. e C. lavorano insieme per offrire ai loro figli una vita migliore.


Storia di S.

Questa è la storia di S., una educatrice di una comunità per minori di una grande città del nord Italia. La sua è una vita semplice, fatta di piccole cose, fatta di piccoli gesti quotidiani nei quali l'amore per il prossimo si fa carne. All'età di 17 anni S. decide che la sua vita l'avrebbe spesa nell'ambito del turismo e dei viaggi; finisce il liceo, poi una laurea in lingue, l'inizio del suo lavoro in una grande agenzia di viaggi. I primi anni trascorrono fra l'entusiasmo di un nuovo lavoro e il desiderio di imparare cose nuove; via via, però, S. si accorge che le manca qualcosa, che i lussuosi alberghi e la tanta gente che incontra quasi fanno parte di un mondo che corre troppo veloce, una sorta di treno superveloce che ha perso il gusto di fermarsi nelle stazioni minori dove fra una stazione e l'altra è possibile anche incrociare dai finestrini gli sguardi delle persone che attendono, partono o arrivano da altri luoghi. S. prosegue il suo lavoro; ci sarebbero voluti ancora alcuni anni perchè si rendesse conto che forse la vera gioia e la vera felicità stanno nel fare felici gli altri. Una sera, però, qualcosa cambia. Qualcosa di molto semplice accade. Fra le vie anguste e uggiose di una città di mare, S. incontra una ragazza con problemi di dipendenza. La richiesta è semplice: cinquemila lire, ma S. si rende cono che le è chiesto qualcosa di più che un gesto di elemosina, le è chiesto di dedicare il suo tempo, la sua vita. Quella sera S. non fa cose eccezionali: dona le cinquemila lire, passa qualche minuto in dialogo, ma capisce che la carità non risiede nel donare qualcosa ma nel donarsi, e la sua vita cambia. Pochi mesi dopo, la scelta: lascia il lavoro per iscriversi ad una scuola per educatrici. Avrebbe fatto l'educatrice, avrebbe cercato nella sua città di vivere relazioni vere, piene di significato, dense e profonde come soltanto l'amore per il prossimo ci permette di immaginare. Quanto alla sua esperienza lavorativa passata, S. dice tutt'oggi che viaggiare è molto bello ed importante per capire che ogni luogo rappresenta uno spaccato delle possibilità inattuale di realizzare un mondo migliore, in cui al centro c'è l'uomo con i suoi diritti. S. lavora da alcuni anni con i minori perchè dice che i bambini sono il nostro futuro e che a questo desidera contribuire.


Senza casa, senza tutto...

Lo hanno sfrattato dalla sua casa! Hanno messo tutte le sue cose nei sacchi della spazzatura e li hanno buttati in strada! Vincenzo si chiede: "E adesso, che cosa faccio? Dove vado? Dove dormo? Dove mi lavo?" Era l'autunno del 1992. Quella notte, Vincenzo dorme su una panchina, e poi su tante altre, girando da una città all'altra fino ad approdare a Milano. Non aveva mai pensato che questo potesse accadere, e invece... Ha cercato di avere un posto al dormitorio, ma niente: prima di lui c'è una lunga fila di altri come lui. Anche il lavoro che riesce a trovare è sempre provvisorio. Fa parecchi mestieri: fa lo scaricatore all'ortomercato, lavora presso imprese di pulizia e in tanti altri posti, ma non si fidano mai di uno che non ha casa o luogo di residenza. Cosè, Vincenzo vagabonda per la città, a volte infreddolito, a volte affamato, facendosi aiutare dai vari servizi caritativi. Approda alla nostra casa nella primavera del 2001. "Qui mi trovo come fossi a casa mia" dice un giorno. "Qui le volontarie mi danno la cena, un letto e non pretendono niente in cambio. No! Veramente pretendono la puntualità, che mi lavi, che tenga ordinato il mio letto. Qui siamo tutti amici, c'è rispetto e calore umano". Poi, finalmente, Vincenzo trova un lavoro che possa renderlo autonomo e che gli permette di fare domanda per l'assegnazione, dopo due anni, di un minialloggio delle case popolari. E così, ottenuta la casa, Vincenzo se ne va tutto orgoglioso, mostrandoci "le chiavi" del "suo" nuovo piccolo appartamento, e della sua futura dimora.


Antonella

Antonella, adottata molto piccola da genitori inadeguati e molto rigidi, cresce fra conflitti e ribellioni. A diciotto anni, con la scusa di una bocciatura, viene allontanata da casa. Ufficialmente i genitori dicono che l'allontanamento servirà a farle fare un'esperienza di autonomia, ma in realtà, come si saprò più tardi dalle assistenti sociali, l'allontanamento era già stato richiesto alcuni anni prima. Cosè, dovendosi mantenere da sola, Antonella lascia gli studi e si innamora di un suo coetaneo senza lavoro e senza casa. Vivono in modo precario, ospitati a turno da parenti e amici di lui, finchè la ragazza non rimane incinta; allora tentano senza successo di occupare una casa popolare, ma finiscono per arrendersi e si rivolgono ad un centro d'ascolto che riesce a fare accogliere Antonella in una casa per madri e bambini. Dopo la nascita di una bambina, i rapporti fra i due si chiudono definitivamente e il caso viene segnalato al Tribunale per i minori, che decreta l'allontanamento della piccola e il suo affidamento ad un istituto. La giovane madre visita regolarmente la bambina, ha finalmente un alloggio in assegnazione, lavora come cameriera in una pizzeria ma nonostante ciò il Tribunale per i minori decreta un affido per tre anni con la possibilità, per la madre, di vedere la bambina due volte al mese solo per un paio d'ore ed in uno "spazio neutro", cioè in un istituto. I volontari del centro che ha seguito Antonella pensano che il provvedimento sia molto restrittivo e che valga la pena di tentare un coinvolgimento maggiore della madre, per cui, aiutati anche dalla valutazione fatta fare dal Tribunale a un perito, chiedono che la bambina possa essere riaffidata alla madre e organizzano una rete di famiglie per aiutarla. Il Tribunale accetta questa modifica e con la supervisione delle assistenti sociali del Comune di Milano inizia questo nuovo capitolo della storia di Antonella, che termina in positivo, a giugno dello scorso anno. Per i volontari e le famiglie, l'esperienza continua ancora perchè Antonella e la sua bambina fanno ormai parte della loro realtà.